R.A.M. 2011 giovani artisti a Ravenna | Abecedario della storia sotto il tappeto
Lucia Calfapietra | Vincitrice Illustrazione
QUASI PERDUTI ERBARI
di Massimiliano Fabbri
All’inizio qualche foglio e appunto sparso. Come affiorato o salvato dopo tempo e serie
di passaggi sparizioni abbandoni. Tra un disegno e l’altro distanze, silenzio e spazi vuoti.
Una specie di palpabile rarefazione; questa la prima sensazione. Frammenti, dettagli e parti
mancanti. Fragili e sottili segni da decifrare, rari e discontinui indizi di storia esplosa lacunosa
sommersa. Vediamo: un ceppo anonimo e forse, proprio per questo, misterioso e isolato quasi
come oggetto magico; alcuni alberi e intrecci voluttuosi di rami o radici; lo stesso ceppo
visitato da autorità che lo scrutano come scultura in esposizione novecentesca o simbolo
muto. Gli stanno intorno, girotondo ormai improbabile.
Quel che resta dell’albero conserva ancora abbozzi e tentativi di rami, amputazioni che
lasciano intuire di stagioni crescite andamenti, ferite rimarginate, nodi e gemme e getti; vita
insomma: felice faticosa resistente. La didascalia reca "Prefetto, questore e sindaco sorridono
guardando ciò che rimane dell’albero della libertà", niente male, viene quasi paura a pensarci
troppo. Ma per quel che ne so si potrebbe anche trattare di un legno di vera croce o albero
miracoloso di un santo, o abbattuto incendiato da meteorite piovuto in landa deserta lontana,
o ancora esotica mirabilia di una qualche sorpassata dimenticata collezione, con corna
di cervo intrappolate o con dentro il più bel termitaio, città o architettura segreta del mondo.
Che loro guardano il legno quasi fosse un cadavere, chissà poi cosa avranno da ridere…
Di libertà non sembra sia rimasto molto in effetti, piuttosto il tronco è simile ad una cosa
d’arte, che ha perso funzione e significato, anestetizzata in un qualche museo, riemersa
da oscuro deposito per esposizione e ricorrenza celebrativa, protetta glorificata mitizzata
da basamento e doveroso trattamento antitarlo. Ma la chiave della storia sta qui; che questa
immagine è ricorrente e ritorna: una soglia allora per un percorso a ritroso nella memoria
e geografia. Che gli alberi, pur se moncherini aridi secchi e senza foglie, sono ancora porte,
o no? O messaggeri probabilmente. O, semplicemente, vittime ignare.
Dopo un po’, come in natura, che procede sorprendentemente testarda, tra queste carte
osserviamo crescite e infittirsi di relazioni; sviluppi. E a quei pochi fogli e indizi dati in
apertura, si affiancano e combinano e incastrano e sovrappongono altre immagini: disegni
fotografie articoli libri. In ordine sparso: da ricerche intorno alle antiche mura di Ravenna a
pagine e tavole di botanica, dal significato degli alberi della libertà a targhe commemorative,
da incisioni con sradicamenti misteriosi (perché e per conto di chi si arrabattano queste similmaschere
della commedia dell’arte?) agli alberi disegnati e pensati (con troppa logica?)
da Munari e poi ancora improbabili e scenografici progetti di alberi meccanici tra il guerresco
e il festoso, precari ed effimeri monumenti, e poi storie, molte, con attese invasioni esaltazioni
aspettative e delusioni notturne. Infine, come sempre, restaurazioni. E tumulti, ora, adesso.
Echi. Un labirinto, non c’è dubbio, che Lucia ci sta costruendo e tessendo intorno, con segno
lieve che congiunge e tende fili, e collega cose come ragnatela. O nido che accoglie, protegge
e prepara a future mutazioni.
E ancora una volta l’immagine della crescita vegetale e del ramificare può venirci in soccorso,
ci accompagna e guida, e incalza anche, e questa visione della pianta, che ora si espande
ora viene bruscamente troncata, si rispecchia, innerva e attraversa tutta la narrazione, che è
molteplice e sperdente; che insegue piste e poi abbandona percorsi cambiando repentinamente
direzione, qui interrandosi, là salendo al cielo a distendersi allungarsi, a inondarsi e bere
luce. Quasi che sia la regola stessa di sviluppo arboreo a dettare il ritmo che governa questa ricerca, i suoi movimenti e gli spostamenti nel tempo e nello spazio, le cose vedute trovate e
il
disegnare stesso - tentativo e strumento di comprensione profonda - che le cristallizza.
E infine, l’indagine stessa sulla città, che sembra seguire tracciati imprevedibili, forse dettati
dal caso, come le correnti misteriose che ci guidano, a volte, nel camminare e negli incontri.
E poi, dentro questo ordito che si stringe e serra sempre più, i disegni, che servono per
respirare e orientarsi e rischiarare opacità, ad aggrapparcisi se vuoi, e che funzionano
un pò come bussola, diario di bordo o taccuino che registra riporta e invita, qui a proseguire
il cammino, là a sostare un momento; e i disegni sono tappe o stazioni o stanze o ricordi, forse
anche premonizioni, finestre che inquadrano e aiutano a vedere meglio, e a gettare oltre
lo sguardo, a perdersi e lasciarsi portare via dal racconto, a ripercorrerlo a ritroso... Depistanti
anche e ingannatori. Disegno agile, pronto a mutare pelle, ora più realistico ed esatto, come
documento o visione che tende e mira o gioca ad essere anonima-oggettiva, ora liquido
e trasparente a lambire trame e svolte come desideri e possibilità: tenui e colorati futuri,
mondi nascosti con luccicanza morbida e delicata di pastello. O velatura. E riverbero d'acqua
a rapire guarire. E il capogiro, fatto di scenari e panorami rovesciati, che si apre come voragine
improvvisa sotto i nostri piedi, davanti agli occhi, dietro.
La domanda, sussurrata e quasi timidamente nascosta nella reiterazione mantra di un
tratteggio calmo e orientato cosa rimane oggi della libertà? è violenta e schiacciante:
immobilizza; eppure, grazie al coraggio di ripeterla (vincendo il cinismo), si aprono strade,
fossero anche solo di e nella fantasia. Si innescano reazioni immaginazioni. E potenziali
cambiamenti. E dal ceppo, al quale non siamo stati capaci di estirpare o soggiogare o soffocare
del tutto radici e spinte, cominciano a crescere, sotto, forme di resistenza sopravvivenza:
che si espandono e conquistano inesorabilmente spazio, intrecciando andamenti e volute quasi
a trovare luci e linfe e laghi sotterranei. Un mondo alla rovescia, sotterraneo, una calviniana
foresta-radice-labirinto; meravigliosa e disorientante. Che quello che non è stato divelto
o amputato, quel niente lasciato lì per fretta o noncuranza o negligenza o estrema sicurezza
di sé e arroganza, cova lentamente e poi sboccia ed esce, e continua implacabile inarrestabile
il suo lavorio, ossia quello di fare e generare mondi, altri, diversi, migliori forse; con dentro
ricchezze differenti e invisibili ai più. Regni; frutto di pensiero che si imparenta al vegetalefemminile-
bambino-animale. E il paesaggio che diventa corpo e il corpo che si fa geografia
dispiegante mappe amorose; trasformazione e scivolamento: dal grande al piccolo, da interno
a esterno, da vene arterie a venatura e trasparenza di foglia. Corrispondenze. E metamorfosi:
pensiero-parola-immagine tanto cara a Lucia. E l’albero (e il silenzio tutto del mondo vegetale)
è simbolo che nel suo disegno passa continuamente dalla precisione di una rappresentazione
naturalistico-scientifica ad una fragile, incantata e sospesa visione come di sogno o fiaba.
La seconda possibilità (o finale se si preferisce) che Lucia ci mostra è invece una crescita
esterna, selvatica e rampicante, di natura che si riprende le cose, a ridare senso inghiottendo
e sommergendo monumenti e architetture. A dirci che la libertà è invenzione dell’uomo e che
il concetto si concretizza e palesa drammaticamente nel momento stesso in cui è sottratta,
per la prima volta, a qualcuno. (Nelle rivoluzioni i monumenti sono i primi a cadere o a essere
cambiati di senso, o coperti di nuovi colori e bandiere.)
Una narrazione che sembra allargarsi sino a perdere forma ordine e senso, ma che in realtà
permette di trovare passaggi, pieghe e interstizi in cui potersi riconoscersi e avanzare, e
progredire anche. Con un po’ di vero nel falso e un po’ di falso nel vero, che l’unica cosa che ci
smuove e serve per non perdere definitivamente voglia e speranza sono le storie, ancora capaci
di catturare e creare qualcosa che assomigli, pericolosamente, a comunità.
Curriculum
Nata a Ravenna nel 1985. Diplomata all' ISIA di Urbino in Grafica Editoriale e specializzata
all'Accademia di Belle Arti di Bologna in Illustrazione per l'editoria. Frequenta il secondo
anno di specialistica alla St.Luc di Bruxelles (illustrazione) tramite il programma di scambio
Erasmus. Partecipa a diverse mostre e progetti collettivi di illustrazione in Italia e all'estero.
Collabora con diverse riviste del settore come Dada e Hamelin. Realizza laboratori didattici
per bambini sul gioco, il libro illustrato e il fumetto tramite La Lucertola di Ravenna,
Associazione Culturale Hamelin e Giannino Stoppani di Bologna. Lavora come illustratrice
e grafica free-lance.
Lucia Calfapietra nell'Archivio - qui -





